
La scommessa è quella di trasformare dei siti che hanno una lunga tradizione archeologica e un ruolo assolutamente centrale da un punto di vista scientifico, in vettori di sviluppo e in attivatori di sistemi turistici”.

Garni, il sito più noto
“Garni è sicuramente il “più forte” da un punto di vista progettuale, perché è un sito Unesco che già ha circa 2 milioni di visitatori all'anno.
Si tratta di un complesso di lunghissima tradizione insediativa, in cui possiamo riconoscere vari elementi. Prima di tutto il tempio periptero del I sec. d.C., in ottime condizioni, con la cella completamente circondata da colonne con capitelli ionici. È l'unico in Armenia e fa parte del complesso di palazzi reali di sovrani, frutto di un bellissimo restauro, un’anastilosi degli Anni ’60, inizio Anni ’70, realizzato dai restauratori armeni e sovietici dopo che nel Seicento, in seguito a un terremoto, fu quasi completamente distrutto.
A Garni ci sono anche i resti di un'aula palatina, una bellissima traccia circolare di una chiesa del VII secolo e il complesso termale del III secolo, che è un po' il focus delle nostre attività. Assieme al tempio, ciò che caratterizza questo sito è un mosaico del III secolo.”
È stato restaurato in più occasioni e adesso stiamo intervenendo con l'Opificio delle Pietre Dure. Oltre ai soliti meccanismi di degrado (risalita di acqua, perdita di consistenza delle malte), si aggiunge il problema che questo mosaico si trova in un’area ad alta intensità sismica. Siamo su una faglia che si muove a volte di mezzo centimetro l'anno, a volte un paio di millimetri, quindi il nostro lavoro è condizionato dai soliti fenomeni di degrado, ma anche da qualcosa di specificamente legato al sito.
Ogni volta che lavoriamo a Garni con la squadra dell'opificio, diretta dalla soprintendente Emanuela Daffra e coordinata da Anna Patera, dopo un paio di giorni, arrivano la stampa e la televisione armena, perché il mosaico e il sito sono estremamente cari alla comunità armena, non solo locale ma internazionale. Consegneremo il progetto del restauro a inizio marzo, lavoreremo per tutto il 2026 sul mosaico. Il prossimo anno, a TourismA, mostreremo qualche risultato, oltre che di restauro, anche dei nostri training”.
Aruch, ancora da far conoscere
Ci sono molte difficoltà nel creare, attraverso il sito, opportunità di sviluppo socioeconomico per questo villaggio, che è il più piccolo, con circa 1.000 abitanti prima dell’avvio del progetto.
Il sito era già oggetto di studio da parte di Ismeo, sotto la direzione della missione archeologica guidata dal collega Sergio Ferdinandi. Il nostro progetto si è impostato su questa precedente esperienza archeologica, iniziata nel 2022.
Il villaggio si è sostanzialmente collocato sull’area anticamente occupata da quella che possiamo considerare una città, che presenta infrastrutture come la cattedrale e le fortificazioni, tali da farne evidentemente un insediamento centrale per un lunghissimo periodo. Per quanto riguarda il castrum, esiste una fase più antica, probabilmente di V-VI secolo; tuttavia gli studi sono in corso, quindi nei prossimi anni potremmo riscontrare fasi anche antecedenti.
Completa il sito il caravanserraglio, abbastanza simile a quelli che, come Università di Firenze, abbiamo studiato nei primi otto anni della nostra missione archeologica, a conferma dell’importanza dello snodo viario controllato da Aruch sulla Via della Seta.
Dvin, l’importanza delle comunità locali
Tra XIII e XIV secolo, con l’arrivo dei mongoli e la violenta campagna attuata contro la città, sembra che Dvin subisca un drastico abbandono. Secondo le nostre ricerche più recenti, invece, l’abbandono appare più graduale. La città sembra reagire alle prime distruzioni mongole. Proprio l’anno scorso abbiamo trovato evidenze di costruzioni sopra gli strati di distruzione mongola. Tra IX e X secolo Dvin arriva ad avere tra 100.000 e 150.000 abitanti, risultando più grande di Firenze nel suo picco di espansione demografica medievale: insomma, una grandissima città della Via della Seta.

Molte criticità riguardano la conservazione e la successiva trasformazione in vettore turistico, perché il sito non solo è molto fragile, ma anche poco “attraente”. Su questo aspetto ci stiamo misurando. Avvieremo un training per i colleghi dell’Istituto di Archeologia e Restauro sulla mitigazione del degrado delle strutture in mattone crudo. Inoltre, stiamo lavorando alla riabilitazione della casa degli archeologi sovietici.
